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Wednesday, January 07, 2009


La chimicalchimia?

La cucina è un misto di arti magiche e scienze logiche che portano alla creazione di opere d'arte commestibili e tangibili con tutti gli altri sensi. Per lungo tempo, tuttavia, nella Città del Re del Sole la convinzione che la cucina fosse opera assoluta di Alchimia non lasciava spazio a nessun'altra teoria. Fu quando la cucina reale del Principe Alfredo lanciò un bando di concorso per una nuova ricetta del pollo fritto che Paiolo dei Paiolis mise in discussione questa teoria e la mise con la pratica.
La vecchia Marta, l'alchimista capo della sua linea di cuochi, decise di andare in pensione all'improvviso e Paiolo si ritrovò a fare assunzioni intervistando centinaia di applicanti.
Era un cuoco rinomato, il suo ristorante era molto visitato, ma per la creazione del pollo fritto da proporre alla cucina reale aveva bisogno di una voce fuori dal coro.
Dalla Città delle Scienze giunse, un giorno, una ragazza di nome Clara. Era appena uscita dall'Università e cercava impiego nel suo mondo che era, però, diventato troppo stretto. Clara era convinta dell'assoluta infallibilità della chimica: glielo avevano spiegato a scuola e lei non solo ci aveva creduto ma concordava in pieno... altrimenti sarebbe andata altrove, no?
Non era persona da fermarsi a discutere con chi non la pensava come lei e aveva pensieri fissi in testa, come le sue convinzioni, che parevano avvitati e saldi e irremovibili.
La carenza di lavoro spinse Clara a cercare impiego nel più impossibile dei luoghi, proprio la Città del Re del Sole. Nessuno credeva nelle scienze e la chimica era fandonia tanto quanto quella storia che il sole fosse fermo.
Fu così che finì, col suo curriculum alla mano, nella fila di applicanti a ruolo di alchimista del cuoco Paiolo de Paiolis. Si presentò a lui vestita in bianco, un colore prettamente asettico che avrebbe dovuto ispirargli fiducia - questa persona è igienica!
Paiolo squadrò il curriculum, poi la ragazza, da capo a piedi. Si lasciò cadere il foglio alle spalle e il suo pensiero fu: bella gnocca davvero! Non posso assumerla!
Se voleva creare il pollo fritto per la cucina reale una distrazione sul lavoro gli sarebbe costata ed essendo profondo conoscitore delle proprie debolezze, riusciva a prevedere con esattezza come l'avrebbe sedotta, abbandonata e che il lavoro sarebbe diventato un inferno.
"Il prossimo!" Annunciò quindi, scartandola.
"Un momento!" Disse Clara. "Perché?" Non c'era spiegazione logica in cielo né in terra che potesse motivare quello scarto.
"La cucina è alchimia, a me serve un alchimista!" Le rispose l'uomo.
"La cucina è chimica... i cibi sono fatti di molecole che combinati assieme producono formule chimiche di successo. La gente non lo sa ma taluni sapori non si combinano perché la combinazione di acidi e di basi produce solo neutri." Le faccio un esempio. Si alzò e pur non avendo mai cucinato nemmeno un uovo al tegamino in vita sua, decise di mettere insieme un intingolo seguendo la formula chimica di base degli elementi da mescolare.
Il risultato fu una sorta di salsa rosa, dolciastra posta su un uovo sodo.
Non era eccelso.
Non era particolarmente gradevole all'occhio.
Era tuttavia diverso e interessante e, partendo da quelle basi, Paiolo alzò gli occhi al cielo, folgorato, prese un pizzico di spezia rossa, un po' di crema bianca, si fece passare del liquore e aggiunse qualche erba.
"Questa sarà la piscina dei mie gamberi!" Disse. Tuffò un crostaceo nell'intingolo e lo assaggiò. "Mhh." Ripeté il gesto e infilò il gambero in salsa rosa nella bocca della chimica.
Per un attimo si rifletterono l'uno negli occhi dell'altra con una strana sensazione di vittoria e di pericolo annidate in fondo allo stomaco.
Paiolo si disse: stavolta sarò bravo, voglio provare!
Clara si disse: questo tizio non mi piace ma sa il fatto suo!
Il cuoco si voltò verso gli altri applicanti e disse un vigoroso: Arrivederci e grazie!
Una chimica era entrata a far parte della sua cucina.

* * *

La notizia che Paiolo de Paiolis stava lavorando con un chimico mise stranamente a proprio agio i cuochi rivali che partecipavano al concorso. Si rilassarono e si concentrarono sul condimento e le spezie per il pollo, mentre nelle cucine si chiacchierava e rideva della faccenda.
Paiolo, dal canto suo, decise di concentrarsi sulla frittura di per sé. Prese a sperimentare con gli olii, con le loro temperature e gli strani strumenti utilizzati da Clara si rivelavano molto utili: termometri li chiamava e alambicchi.
"Vedi, Clara." Le disse un giorno. "A me piace l'olio di canna. E' una pianta che cresce solo da queste parti e rende il sapore dei piatti tipico... nostrano. Il problema con l'olio di canna è che quando cuoce troppo si produce un fenomeno che nella mia lingua si chiama Ilflating per cui tutto diventa amaro."
"Capisco." Rispose lei. "Si bruciano le particelle in sospensione... beh, bisogna cuocere a temperatura più bassa!"
"Ma così la frittura si appesantisce."
La ragazza parve pensarci un po' su.
"Se non possiamo alzare la temperatura dell'olio ci toccherà abbassare quella del pollo." E mise la pietanza in ghiacciaia. "Ora tutto sta nel calcolare esattamente la permanenza del pollo al freddo."
Il cuoco si sorprese. La soluzione era talmente elementare... da essere logica!
La logica a loro mancava, nella Città del Re del Sole, questa Clara oltre a essere belloccia era anche tanto intelligente.
Mentre il cuoco cucinava, la ragazza tirava fuori un libercolo rosso e lo leggeva e rileggeva.
Uno degli assistenti cuochi si fece curioso.
"Ma cosa fai, studi?"
"Certo. Non si finisce mai di imparare."
"Io pensavo tu avessi finito le scuole."
"Oh, sì, è vero ma voglio fare un esame di abilitazione per lavorare in proprio!" E rimetteva il naso nel libercolo.
Le sperimentazioni sul pollo fritto andarono avanti per settimane. La storia della temperatura sembrava funzionare anche se il piatto, verrebbe da dire, non era ancora cotto a puntino.
Ovviamente tutto questo lavoro andava fatto dopo l'orario di chiusura del ristorante e, durante il giorno, Clara doveva fungere da alchimista - facendosi una vera e propria cultura sul ruolo rivestito da un alchimista da cucina.
Non appena il ristorante chiudeva e i cuochi appendevano il grembiule al chiodo, Paiolo tirava fuori il pollo dalla ghiacciaia e i due cominciavano a lavorarci su.
A metà nottata il cuoco preparava uno spuntino e i due facevano una pausa.
"Mhhh che buono." Sospirava Clara. La pietanza davanti a lei sembrava fatta su misura per il suo palato. "Da dove ti vengono certe idee?"
"Dalle tue emozioni." Le rispose. "Cucino quello che la persona davanti a me vorrebbe sentirsi cucinare." Sorrise poi in maniera affascinante.
"Davvero? E da cosa lo deduci?"
"Da tante cose... da come guardano, da come si toccano i capelli, dalle cose che dicono... capisco se una persona è irrequieta e ha bisogno di essere calmata, se è triste e vuole essere consolata o se ha bisogno di dolcezza."
"Ecco a proposito di dolcezza..." Si lamentò lei. "Questi spuntini stanno diventando sempre e sempre più dolci... lo hai notato?"
"Purtroppo." Sospirò lui.
Si fissarono in un silenzio imbarazzato.
"Mah, torniamo al pollo." Propose Clara pulendosi col tovagliolo.
"Ecco, sarà meglio." La seguì a ruota.
Due giorni dopo si piombarono tra le braccia per festeggiare la riuscita dell'olio di canna a bassa temperatura.
"Leggero e croccante!" Rise lui.
"Assolutamente perfetto!" Confermò lei.
"Grazie, grazie, non ce l'avrei mai fatta senza di te!" La strinse forte a sé.
Clara lo spinse via e gli porse la mano da stringere invece.
"Oh." La accettò titubante. "Grazie davvero."
La ragazza sorrise e si allontanò per prendere il suo libercolo rosso da studiare. Fece un cenno con la mano e disse.
"Beh, se qui hai tutto sotto controllo..."
"Certo... certo vai pure." La congedò lui. "Buonanotte."
Si avviò all'uscita e notò una donna compiere il tragitto inverso al suo. Era una donna diversa da quella che aveva visto l'ultima volta: ma quante donne aveva questo Paiolo?
Scosse la testa e non volle pensarci, del resto non erano cose di cui fare una malattia, no? Paiolo era quello che era ma come cuoco non aveva decisamente rivali, era un chimico istintivo e riusciva a combinare elementi anche senza conoscenze di base! La cosa era a dir poco impressionante... e pensare che lei su quei libri, invece, ci aveva trascorso ben 13 anni della sua vita.
Che strada alternativa aveva percorso, dunque Paiolo, per giungere alle sue stesse conoscenze pur non essendone consapevole? Era davvero la presenza di un alchimista in cucina a dare sostegno e base tecnica al cuoco? E l'alchimia era davvero così simile alla chimica?
A scuola le avevano insegnato che non era così, che un alchimista è un bimbo che gioca con acque colorate... ma se la scuola si fosse sempre basata troppo sulla ragione senza mai badare troppo di indagare con la ricerca sul campo? Teorie, tutte teorie e solo teorie! La pratica dov'era?
Forse era per quello che il pollo fritto era riuscito! Ecco! Lei aveva la teoria e Paiolo era la pratica. Lei sapeva in teoria cosa lui faceva, lui sapeva come mettere in pratica le cose che lei teorizzava! Un perfetto sodalizio di complementarità.
Clara non era mai stata complementare di nessuno, né sapeva di poterlo essere o di volerlo diventare. Tutto sommato essere complementare e d'aiuto a Paiolo non le dispiaceva affatto.
Questo glielo pose sotto una luce diversa.

* * *

Ormai mancava poco meno di una settimana all'esame della cucina reale.
Paiolo cercava di accompagnare un intingolo al perfetto pollo fritto ma tutto quello che gli venivano fuori erano creme.
Clara non le trovava male, anzi, incontravano proprio tanto il suo gusto ma forse non erano appropriate a quello del Principe Alfredo che era un uom di guerra e un uom di mondo.
"Non capisco... vorrei qualcosa di fruttato ma mi ritrovo sempre a romper uova alla fine... dove sono finite le mie idee?"
"Prugne, ci vorrebbero delle prugne!" Annuiva Clara.
"Ma a te... va di assaggiare delle prugne?" Le chiedeva sospirando.
"In effetti..." Storceva il muso lei.
"Ecco nemmeno io mi sento dell'umore..."
"Forse dovremmo caramellarle in qualche modo."
"Una prugna è sempre una prugna." Tagliò corto lui. "Oh beh, sediamoci a parlarne davanti a una zuppa!" Le porse un piatto.
Clara lo assaggiò, era delizioso ma...
"Paiolo, anche questo è dolce..."
Il cuoco scosse il capo.
"Vai a casa, Clara... domani... a mente fresca... magari..."
Lei non rispose, si limitò a prendere il suo cappotto e a lasciarlo solo coi suoi pensieri.
Certo era che se quelle strane donnine continuavano a fare il tragitto inverso al suo ogni sera "solo coi suoi pensieri" il caro Paiolo sarebbe rimasto ben poco.
E se fosse stata quella la causa dei problemi?
Dal canto suo, Paiolo, si mise a sistemare le sedie nel ristorante continuando a scuotere la testa e lamentandosi del suo dente dolce appena nato.
"Perché dolce? A me neanche piace il dolce!" Borbottava come una pentola sul fuoco.
"Neanche questo dolce?" Chiese una voce dal fondo del locale.
"No." Rispose senza nemmeno alzare lo sguardo. Non importava chi fosse ma non aveva proprio voglia di una compagnia femminile nel bel mezzo di una crisi culinaria. Ecco, lui, tutto questo non lo aveva previsto! Nella sua prima visione su Clara aveva visto lei col cuore infranto e lui felice e creativo come sempre! Forse avrebbe dovuto sedurla e abbandonarla e avrebbe dovuto farlo per la propria sanità mentale! Avrebbe dovuto prenderla tra le braccia e... e... stava salivando?
Qualcuno lo prese per le spalle ma era decisamente il qualcuno sbagliato!
Proprio quando stava per essere folgorato... proprio quando stava per capire quale fosse la spezia mancante.
"Ma come fa un pover'uomo a restare solo con i suoi pensieri?" Disse, voltandosi a guardare la bella visitatrice.
"Sei di cattivo umore, caro, siedi un attimo che ti faccio un massaggio!" Rispose quella. "Guarda come sei teso."
Okay, si disse, un massaggio si può fare... basta che stia zitta e mi lasci pensare! C'ero quasi... c'ero quasi...
E mentre accigliato e serio, Paiolo, si lasciava fare... Clara realizzò di aver lasciato il libercolo rosso al ristorante e si risolse a tornare indietro, pur consapevole di quello che avrebbe visto.
Fece il suo ingresso sul retro, in punta di piedi, entrò in cucina, prese il libercolo e stava per imboccare nuovamente la porta quando si sentì chiamare per nome.
"No, no, nooo!" Aggiunse poi la voce.
Clara si affacciò nella sala e vide Paiolo scaraventare a terra la bellona di turno.
"Chi è Clara?" Chiese quella.
Il libercolo le cadde dalle mani e i due si voltarono in direzione del suono.
Clara sorrise, imbarazzata e sollevò un dito come per dire: sono io Clara, ma voi state fermi là, comodi...
Fermati tempo! Fammi raccogliere libro e pensieri, che io possa fuggire di qua in maniera decorosa! - si disse.
"Io..."
"Tu?" Inquisì l'altra.
"Ho... dimenticato... questo..." Indicò il libro. "Buonanotte." E si dissolse nell'oscurità.
Paiolo guardò l'altra donna e spallucciò.
"Ti va un caffé? Bello amaro!" Le propose e si avviò in cucina con le mani tra i capelli.

* * *

Clara chiese dei giorni di permesso. Anche se il test era vicino. Anche se Paiolo era nei guai. Clara rimase a casa, col suo libercolo, a studiare.
Ma studiare non faceva.
Trascorse ben due giorni a letto, col libercolo sempre fermo sulla stessa pagina, lo stesso paragrafo, la stessa riga, la stessa parola. Le pagine si erano come trasfigurate, però, e tutte ma proprio tutte dicevano una cosa sola:
Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo, Paiolo!
Fino alla fine del volume.
Ne stava facendo una malattia.
Chissà come se la stava cavando? Chissà se gli era poi venuta voglia di assaggiare prugne? Ci volevano le prugne, indubbiamente! Certo era che a lei ancora non era venuta voglia di assaggiare roba fruttata...
Stare lontana non serviva, stare vicina nemmeno... era un'empasse.
Alla fine del secondo giorno la governante della famiglia presso la quale alloggiava le annunciò una visita. Non si scompose più di tanto. La guardò con aria assente. Quella scambiò il tutto per un silenzio assenso e fece entrare Paiolo nella stanza senza nemmeno troppi complimenti.
L'uomo apparve come una tempesta, con tuoni roboanti nelle parole e lampi negli occhi ma dopo le prime frasi senza senso si accorse che Clara era a letto e lo fissava con aria allampanata.
"Clara." Le disse. "Che vuol dir ciò. Davvero non è il caso di farne una malattia." Vide il libro chiuso. "Ma stai studiando?"
La ragazza lo fissò come se ciò che le stava di fronte fosse una visione.
"Stai bene?" Le chiese poi. Non vide risposta e prese una sedia per accomodarsi accanto al letto di lei.
Dopo qualche istante in silenzio le passò la mano davanti agli occhi.
"Ma se resti così non potrai studiare... non potrai fare niente della tua vita... ti ho fatto io questo? Sono stato io?" Le tolse il libro dalle mani e le sorrise. "Sono un po' bloccato anche io. Mi son stancato di andare avanti con salse alla liquirizia e al caffè. Sono troppo amare, sono amareggiato anche io!"
Clara scrollò le spalle.
"E allora che si fa?"
Lui le passò una mano dietro la nuca e poggiò la fronte su quella di lei.
"Senti, io adesso ti bacio. Se dopo ci vien voglia di salsa alle prugne, bene... altrimenti ci inventiamo qualcosa col cacao!" E dopo aver enunciato le sue intenzioni fece seguire l'azione.
Clara lo fissò mentre alzava gli occhi al cielo, come se fosse stato colto da una folgorazione.
"Prugna caramellata." Meditò. "Ti aspetto tra venti minuti al ristorante!" Si avviò alla porta. "Se non vieni... capirò."
Clara non ci pensò su due volte. Non appena fu uscito corse a prepararsi. La salsa alle prugne caramellate di Paiolo doveva assolutamente assaggiarla! Sarebbe stata ispirata! Sarebbe stata indefinibile! Sarebbe stata esattamente quello che ci voleva in quel momento!
Si infilò il cappotto e corse a perdifiato fino al ristorante dove trovò i cuochi alle prese con una cucina disastrata.
"Ma che diamine gli è preso!" Lamentava il capo linea.
"Non lo so che m'è preso... ma ora so che voglio la cucina in ordine, su!"
Si voltò e vide Clara ritta sulla porta.
"Oh..." Disse. "Beh... vogliamo?"
Lei sorrise, appese il cappotto e corse a infilarsi il grembiule.
"Tu prendi quelle dorate che io penso a quelle nere!" Gli propose.
Paiolo sorrise e scavalcò un paio di tegami per raggiungerla.

* * *

Il giorno dell'esame Clara si presentò nuovamente vestita di bianco.
Rispose a tutte le domande sul test poi uscì di corsa dall'aula consegnando il foglio all'insegnante.
La cucina reale si trovava dall'altra parte della città e forse faceva ancora in tempo a partecipare all'ispezione.
Giunse nel primo pomeriggio e trovò Paiolo in attesa nell'atrio. Gli andò accanto.
"Allora?" Chiese ansiosamente.
"Ci chiameranno uno alla volta per spiegarci i motivi della loro scelta e porre alcune domande." Le spiegò.
"Bene. Andrà tutto bene." Lo rassicurò lo ragazza. L'altro le sorrise.
"Paiolo de Paiolis." Chiamò uno spauracchio dal naso puntuto ritto sull'uscio della cucina reale.
Il cuoco prese la chimica per il polso.
"Vieni. E' anche il tuo lavoro." Se la portò dietro fino davanti agli esaminatori.
Questi posero alcune domande a Paiolo sul tipo di olio usato per la frittura, le spezie, la preparazione della salsa. Uno degli esaminatori, lo spauracchio dal naso puntuto per la precisione, fissava un foglio con il suo monocolo e una smorfia di disgusto sul volto.
Clara riuscì a gettare un occhio sul foglio e lesse: Ilflating!
Quando lo spauracchio si pose in maniera contraria rispetto al resto della commissione, che era molto entusiasta dall'innovazione della ricetta, Clara corrucciò la fronte.
"Non c'è alcun Ilflating! Non c'è proprio il rischio di Ilflating se è questo che teme. La ricetta è di semplice preparazione, basta seguire le istruzioni alla lettera! Nemmeno uno sguattero potrebbe sbagliare."
"I nostri sono cuochi superiori." Rispose lo spauracchio. "Ma l'olio di canna presenta sempre il rischio di Ilflating e noi non possiamo proporre un piatto scadente al Principe Alfredo!"
"Le dico che è chimicamente impossibile per una questione di temperatura degli elementi... le particelle in sospensione non possono surriscaldarsi!"
"Chimicamente?" Sbottò quello.
"La signorina è la mia chimica." Espose con calma Paiolo.
"Una chimica? Non un'alchimista?" Bofonchiò l'altro. "Ma la cucina è alchimia... è magia!"
"Ma lei cosa ne sa? E' un chimico per caso lei?" Si infuriò la ragazza. "Per sua norma e regola tutto è chimica in questo mondo... siamo tutti fatti di particelle e agiamo a seconda di reazioni chimiche! E' la chimica che muove le nostre vite! E Paiolo ha seguito alla lettera tutte le teorie e praticamente non può sbagliare! Istintivamente è il miglior chimico che io conosca e sa mettere in pratica tutte le teorie che possono essere utili alla cucina! I cuochi sono chimici che mettono in pratica la teoria!"
"Ah... sicché tutto è mosso dalla chimica?" L'altro si tamburellò sagacemente l'indice sul mento comprendendo che dietro la difesa estenuante della ragazza doveva esserci ben altro che la semplice ammirazione per il cuoco. "E quindi... anche l'amore è una reazione chimica?" Le chiese.
Clara non si lasciò scomporre più di tanto.
"Lo è." Guardò Paiolo dritto negli occhi. "Ma come le dicevo, mio caro signore... la chimica è teoria e pratica. Quello che voi praticamente chiamate cuore io so teoricamente essere un muscolo... per cui la fonte dei nostri sentimenti risiede sempre nel nostro cervello e nelle numerose ghiandole sparse per il nostro corpo, non nel cuore. In teoria parte tutto da una reazione chimica... ma come noi mettiamo in pratica queste teorie fa la differenza."
Un omone grosso e barbuto scoppiò a ridere a tale risposta e propose di rimandare il giudizio dopo consultazione a porte chiuse. Un giovane prese Clara per mano e le chiese di seguirlo, mentre Paiolo restava seduto al posto suo. Clara lo guardò nuovamente e lo vide sorridere. Si disse che forse aveva rovinato tutto, forse gli aveva rovinato anche la carriera, ma quel giovane la tirò dolcemente per le mani e le sorrise: venga.
Si decise a seguirlo per non complicare ulteriormente la situazione.
"Lei è molto intelligente e coraggiosa." Le confessò il giovane una volta fuori. "La ammiro molto e penso che il suo cuoco sia un uomo fortunato."
"Grazie." Mormorò lei. "Ma non penso che questo lo aiuterà molto."
"Non si preoccupi, la sua è la ricetta migliore che abbiamo assaggiato oggi e l'ultima parola spetta al Principe."
La porta si aprì di lì a poco e Paiolo ne uscì tutto sorridente.
"Andiamo mia cara... pare che il Pollo à la Claire non entrerà a far parte delle cucine reali..." Le porse una mano.
"Oh... è tutta colpa mia!" Si scusò lei.
"No no... il Principe è allergico alle prugne." Le passò un braccio attorno alle spalle. "Ci hanno chiesto di preparare una variante con le mele..."
Clara si illuminò dalla gioia.
"A proposito... come te la cavi con il maiale?" Le chiese poi mentre si avviavano all'uscita.
"Il maiale?" Lo fissò titubante.
"Già, pare sia il prossimo piatto sulla lista delle cucine reali... abbiamo due mesi di tempo per pensarne uno." Le spiegò.
"Oh beh... che ne dici di..."
"Ah!" Le mise un dito sulle labbra. "Domani però... non oggi... oggi mettiamo in pratica un po' di quella teoria di cui parlavi poco fa."
E si presero un meritato giorno di riposo.



Thursday, April 10, 2008

Iginio Calabirino
Creative Commons License


Iginio Clabirino, guardiano dell’Inferno.

Iginio Calabirino era seduto sulla sua seggiolina fatta di ossa e si puliva il nero dalle unghie con un chiodo semi arrugginito per ammazzare il tempo. Il nero era senz’altro dato dal carbone che si respirava in grandi quantità laggiù negli Inferi ma voci circolavano sul caro Iginio (e il nome stesso lo confermava) e sulla sua abitudine di sonnecchiare nelle ceneri del camino come un novello Cenerentolo.

Non era alto, ne’ aveva larghe ali e sorrideva troppo, il che lo rendeva alquanto strano, per non dire inviso, come diavoletto, si sa che i demoni vivono per corrucciare la fronte… e si dice che sia una delle materie che studiano a scuola: il corrucciamento.

Beh Iginio non ci faceva molto caso ma di fatto questa sua abitudine gli aveva procurato il lavoro più noioso e meno pagato tra tutte le balze dell’Inferno: il portinaio.

Eh, sì, Iginio Calabirino altri non era se non il guardiano del portone dell’Inferno… un San Pietro tutto al contrario se vogliamo. Ma, mentre in Paradiso San Pietro possedeva chiavi dorate e un bel taccuino con tanto di piuma d’oca svolazzante (e anche un bel paio di assistenti alate vestite da hostess che lo aiutavano nell’arduo compito di contare le anime in entrata), Calabirino aveva solo la sua seggiola fatta d’ossa e un chiodo arrugginito per sgrattare sul muro un segnetto per ogni anima di passaggio.

Un giorno, sul tardo pomeriggio, uno strano frastuono provenne dal portone facendolo sobbalzare. Ponderò a lungo su cosa potesse essere quando infine si rese conto: “ohibò, è il battocchio!”
Prese la seggiola, la avvicinò al portone e si arrampicò fino allo spioncino per aprirlo. Attraversò la finestra graticolata con il naso e notò un uomo magro e capellone che lo guardava con occhi gentili.
“O che vuoi?” Gli chiese sgarbatamente.
L’uomo sorrise.
“E’ permesso? Posso entrare?”
“Te tu chi sei?” Prosegui’ Calabirino.
“Sono Yeoshua e vengo da Nazareth… beh a dire il vero... non vengo proprio da Nazareth al momento… mi trovavo per strada e...”
Calabirino chiuse lo spioncino e tornò alle sue unghie. Nemmeno due secondi dopo, il capellone si aggrappò al battocchio e prese a batterlo come una suocera ostinata.
“Ancora te!”
“Ah!” Sospirò desolato l’altro. “Che vita grama deve essere la tua… puoi solo guardare fuori attraverso quelle sbarre!”
Il diavoletto ebbe un singulto.
“Ma te lo sai cos’è codesto luogo? Leggi lassù!!” Indicò un segnale in cima alla porta. “Dice: lasciate ogni speranza o voi ch’entrate!!!”
“Fammi entrare che alla speranza ci penso dopo.”
“Boh, fai te… noi per questo mese siamo al completo… ci mancava un samaritano!”
Calabirino scese dalla sedia con un balzello e aprì la porta dell’Inferno... ma solo uno spiraglino e in quel momento lo straniero ficcò il piede nell’uscio.
“Ho cambiato idea!” urlò il demone cercando di spingere il portone chiuso. “Te sei un predicatore non un samaritano, anzi peggio! Sei un vendotore ambulante porta a porta!!! Sciù sciù! Non c’è trippa pe’ gatti!”
L’uomo si infilò nel portone e lo spinse aperto facendo catapultare indietro il povero Iginio. Poi lo afferrò per il colletto e gli diede un buffetto sulla faccia.
“Ma che fai?” Gli chiese il diavoletto.
“Porgi l’altra guancia…” Sorrise il Nazareno.
“Dio bono!” Esclamò Calabirino.
“Esatto!”
E così fu che Gesù entro’ all’Inferno, prese tutti patriarchi della Bibbia che ancora stavano nel Limbo e se li portò su in Paradiso senza chiedere il permesso a nessuno.
Una tale perdita di clientela… un tale bilancio negativo nel quaderno delle anime… il Diavolo non lo aveva mai visto… è il caso di dire che gli prese un diavolo per capello. Anzi prese un diavolo per i capelli e dopo averlo bussato per bene, lo spedì dritto dritto a Caina a lavare i pavimenti. Qualche volta Calabirino cadde e rimase incollato con la lingua sul pavimento di ghiaccio e allora si trovava a pensare ancora al famoso porgi l’altra guancia…
“Ah se ti becco, se ti becco.. vediamo se la porgi te l’altra guancia…” Si diceva. “E che il diavolo ti si porti!”

Era credenza comune, nel Medioevo, che dopo la sua morte Cristo fosse disceso all’Inferno prima di ascendere al Paradiso, liberando e portando con sé tutti i santi patriarchi. Questa storia fu presto tradotta nei misteri pasquali ed è stata tramandata fino ai giorni nostri col nome di: “La discesa di Cristo all’Inferno”. Ne esistono diverse, anonime, versioni.

Questa era una.


Wednesday, March 12, 2008



e io continuo cosi' - fece
il bullone al dado che gridava "sei spanato!" E giro'
a vuoto per decenni finche' non fu ossidato.






(Illustration by Deda)



I'll keep on doing this - said the bolt to the nut who shouted "You will strip!"
So it spun uselessy until it oxidized.

Sunday, March 02, 2008

Mm's

Creative Commons License

“Ah! What the fuck!”
Michael Bolton, already doomed with a name that did not match his multi-tattooed multi-pierced “tough guy” appearance, but was chosen by his lovely mother, glanced over the direction of the café situated on the third floor of “Retrospective”, the underground bookstore he worked at as chief of security, and snorted.
He walke
d, massive, monumental, as if his body were a piece of granite on which you could have sculpted the face of another bunch of dead presidents; and as solemn as Mount Rushmore he stood casting his menacing shadow over a tiny old lady, sitting at one table surrounded by two backpacks, one large briefcase, a trolley and a pile of books that could have made the Chinese Great Wall turn pale.
Like the besieged stares at the besieger, so the little lady turned her gaze towards the young man and smiled.
“If it isn’t metal detector’s worst enemy!” Grinned the lady. “Would you mind moving, you are covering the light!”
“Marlowe, this is not the public library… you either buy the books you read or at least you put them back the way you found them.”
“What do you mean?” She turned away to sip her cappuccino.
“I mean this!” Michael lifted a book showing an evident and circular coffee stain on one of the book laying on the table. “And I have countless of other books with stains, tore pages and quotes written with pen!”
“You should be grateful I fix other people mistakes… so you won’t read bullshit!”
“These books aren’t yours… and people don’t care for your remarks, they want new books!”
The lady snubbed him only to flip another page and get enlightened.
“Ah-ha another mistake!” When she was about to write something on the page, Michael grabbed the volume and managed to get a long ballpoint line going across the page. “Well, it wasn’t a good page anyway!” She turned to sip her cappuccino.
“Oh hell!” He blurted impatiently. “And where did you get that coffee from?” He threw a cold glance towards the guy working at the café. “You are not allowed to get coffee in here!”
“Hey, don’t look at me dude, she brings her own stuff!” Replied the other one in self-defense.
“Chill, boy, it’s cappuccino. I am doing you a favor, you should thank me…Once books used to tell people intelligent things and I used to write books on books so people would not get fooled by common mistakes…”
“I’ve never seen any of your books...” He overlapped her.
“…and now they are shooting crap on crap…Like that Da Vinci code thingy..” She continued ignoring his comment.
“Jesus Christ, Marlowe, that’s a best seller…”
“Did it sell?”
“Of course not! You tore pages off from every single copy in store! Not to mention what you did to Harry Potter!”
“Oooh that one! The boy is named Pothead while he is evidently under crack…” She tried to protest.
“That is not the point! I get in trouble for every single thing you do, cuz I am chief of security here and if a book is damaged I didn’t do my job… I should charge you for all the things you do but in the end I always let you get away with it!”
“So that is how you repay me!” She sighed and assumed a melodramatic pose, lifting a hand to her forehead. “I try to spread culture and…”
“Look I warned you over and over!” He interrupted her. “Just cuz I hang out with your daughter doesn’t mean I have to be nice to you all the time…”
“My daughter’s weird… I am so sorry for you…” She went back to her occupation.
“If I weren’t shaved I’d be balding.” He sighed almost to himself. “Get out!” He grabbed her elbow. The woman got scared, then put up an air of superiority.
“Is this how you should treat the great Marlowe Philips?”
“Lady I don’t care if you wrote the Bible or the Lord of the Rings… get the fuck out now!”
“Fine!” She smiled. “Let me pack and I’ll go!”
Michael sighed, in relief and stepped away to let the woman pack her stuff in all comfort. He would every now and then throw an eye over the café to see if she was done and ready to go, then saw her strap one of the backpacks at the trolley and put the other one over her shoulders.
The woman stepped next to him and smiled.
“See you tomorrow, boy!”
“Don’t come back Marlowe, even if you were a great critic it doesn’t mean you were always right!” Said him.
“It doesn’t mean I was wrong either!” She smiled, pat his shoulder and left.
Michael went back to the table she was sitting at to pick up the books she left behind and check them out. The last one on the table was by author Marlowe Philips. The back cover up portrayed the lady in her youthful years. She looked pretty and witty. At first he was surprised and read the back cover only to realize that, back when she was writing, Marlowe really was considered one of the best critics of her times. He turned the book to read the front cover and find out the title of the book was some sort of a, very upsetting, subliminal message for him: Don’t fight with stupid. Subtitle: people might not notice the difference.
His eyes then slipped onto the table where he realized the woman had left another message, carved in the wood: t’was common place, but now I know for certain, the mother of the jerk is always pregnant.
His head fell on his chest, in despair.
“Ah! What the fuck!” He said again.
She had done it again and got away with it.


“E che cavolo!”
Michael Bolton, già condannato a un nome che non combaciava con la sua tatuata e piercing-dominante apparenza da “uomo duro”, nome scelto dalla sua adorabile madre, guardò vero la direzione del Caffè situato al terzo piano di “Retrospettive”, la libreria seminterrata dove lavorava come capo della sicurezza. Sbuffò col naso.
Si avviò, massiccio, monumentale, come se il suo corpo fosse un pezzo di granito sul quale si potevano scolpire un altro paio di ritratti di presidenti morti; così, solenne come il monte Rushmore, si pose proiettando la sua minacciosa ombra su una piccola anziana signora seduta a un tavolo e circondata da due zaini, una larga valigetta, un trolley e una pila di libri che avrebbe fatto impallidire la muraglia Cinese.
Come l’assediato fissa l’assediante, così l’anziana signora voltò il suo sguardo verso il giovanotto e sorrise.
“Oh guarda, il nemico numero uno dei metal detector!” Sogghignò la signora. “Ti dispiacerebbe spostarti? Mi copri la luce.”
“Marlowe, questa non è la biblioteca... o compri i libri che leggi o li rimetti a posto esattamente come li hai trovati.”
“Che vuoi dire?” Sorseggiò il suo cappuccino.
“Voglio dire: questo!” Michael sollevò un libro, preso a caso sul tavolo, mostrando un’evidente macchia circolare di caffè sulla sua copertina. “E ho un casino di libri in queste condizioni o con pagine mancanti o con appunti presi in calce... a penna!”
“Dovresti ringraziarmi visto che correggo gli errori altrui... almeno non leggi stronzate!”
“Questi libri non sono tuoi... e alla gente non gliene frega dei tuoi appunti, vogliono dei libri nuovi!”
La signora lo snobbò per occuparsi di un’altra pagina e illuminarsi d’immenso.
“Ah un altro errore!” Stava per scrivere qualcosa quando Michael afferrò il libro e, così facendo, si ritrovò con una lunga riga di penna a biro sul foglio. “Beh, non era un granché come pagina!” Si voltò nuovamente a sorseggiare il cappuccino.
“Al diavolo!” Sbottò, spazientito lui. “E dove lo hai preso quel caffè?” Fissò trucemente l’impegato della caffetteria. “Non ti è permesso di comperare caffè qui.”
“Ehi, non guardare me, se lo porta da casa!” Rispose il ragazzo in sua difesa.
“Rilassati, ragazzo, è cappuccino! Ti sto facendo un favore, dovresti ringraziarmi... Una volta i libri raccontavano cose intelligenti alle persone. Pensa che io scrivevo libri sui libri per evitare che la gente fosse fregata da stupidi errori...”
“Non ho mai visto un tuo libro.” La interruppe.
“...e ora sparano stronzate su stronzate... tipo quel robo-Codice Da Vinci...” Proseguì ignorando il suo commento.
“Gesù, Marlove, quello è un best seller...”
“Ah, ha venduto?”
“Certo che no! Hai strappato pagine da ogni singola copia presente in negozio! Per non parlare di quello che hai fatto a Harry Potter!”
“Ooooh quello! Perché diamine chiamano il ragazzo Pot-head quando è ben evidentemente sotto crack... è ovvio che non si fa di canne o no vedrebbe tutte quelle robe assurde là...” Cercò di protestare.
“Non è questo il punto! Mi metti nei guai, ogni volta, perché sono il capo della sicurazza, qui! Se i libri sono danneggiati allora non ho fatto bene il mio lavoro... dovrei farti pagare ogni libro che danneggi, farti pagare di brutto e invece la fai sempre franca!”
“Ah, è così che mi ripaghi!” Sospirò assumendo una posa melodrammatica, portandosi una mano alla fronte. “Provo a spandere la cultura e...”
“Ti ho avvertita un sacco di volte!” La interruppe. “Solo perché frequento tua figlia non vuol dire che devo essere gentile con te ogni volta...”
“Mia figlia è strana... mi dispiace per te...” Tornò alla sua occupazione.
“Se non fossi rasato perderei i capelli!” Sospirò quasi tra sé e sé. “Via via!” La afferrò per un gomito. La donna si spaventò, poi assunse un’aria di superiorità.
“E’ così che tratti la grande Marlowe Philips?”
“Nonna, non mi frega nemmeno se hai scritto la Santa Bibbia o il Signore degli Anelli... levati di culo!”
“Bene!” Sorrise. “Fammi raccogliere le mie cose e me ne vado!”
Michael tirò un sospiro di sollievo e si allontanò mentre la donna metteva a posto le sue cose con comodo. Ogni tanto si ritrovò a lanciare un’occhiata nella sua direzione per vedere se era pronta ad andarsene, la vite agganciare uno degli zaini al trolley e mettersi l’altro sulle spalle. La donna gli passò accanto e sorrise.
“A domani, ragazzo!”
“Non tornare Marlowe, anche se eri una grande critica non significa che avessi sempre ragione!” Le rispose.
“Ma nemmeno che avevo torto!” Rispose, gli diede una pacca su una spalla e uscì.
Michael tornò al tavolo al quale la donna era seduta per raccogliere i libri che aveva lasciato fuori posto. Li controllò. L’ultimo della pila era scritto da Marlow Philips. La quarta di copertina mostrava la signora in gioventù. Sembrava carina e intelligente. Sulle prime Michael fu sorpreso e lesse la sua biografia rendendosi conto che, ai suoi tempi, la donna era davvero considerata una delle più grandi critiche dei suoi tempi. Guardò la copertina del libro e si accorse che il titolo era una sorta di sottile, subliminale, messaggio rivolto a lui: Non litigare con lo stupido. Sottotitolo: la gente potrebbe non notare la differenza.
I suoi occhi si mossero sul tavolo dove, si accorse, la donna aveva lasciato un altro messaggio, scritto sul legno: è luogo comune, ormai sono convinta, la mamma del cretino è sempre incinta.
La testa gli cadde sul petto, afflitta.
Aveva colpito di nuovo e di nuovo l’aveva fatta franca.




Friday, February 22, 2008

SENZA REMORE

“Non voglio essere come loro!” Sospirò Brik. “Non voglio far parte del branco, nuotando attorno con la bocca aperta… in cerca di una preda tutto il giorno!”
“Brik… tu sei uno squalo!” Rispose Remoura, la piccola remora.
Si sedettero sul fondo del mare, insieme, in silenzio. Entrambi persi nella pace dell’immobile acqua marina, finché un suono, viaggiando quattro volte più veloce che nell’aria, disse alle loro orecchie che qualcosa si stava avvicinando sempre di più. Splash dopo splash, lo squalo e la sua remora potevano sentire la vittima avvicinarsi. Guardarono in su, verso la superficie, e notarono una foca.
“Uhhhmmmm, la cena è servita!” Sorrise Remoura. “Adoro le foche!”
“Non è una foca….” Sospirò Brik. “E’ un essere umano.”
“Sono buoni, no?”
“Che schifo…. Gli squali non mangiano le persone!”
“Ma li mordono….”
“Bleah, e poi scappano per via della puzza!” Lo squalo scosse la sua testa. “Non sono così affamato!”
Remoura ci pensò un po’ su: effettivamente gli umani erano piuttosto puzzolenti. Morderne uno e poi inalare il loro odore voleva dire lasciarci su un buon squalo appetito per giorni. Di certo lui non voleva che il suo predatore perdesse l’appetito e morisse di fame… ci viveva sul fatto che Brik mangiasse ed avesse bisogno di essere pulito.
“Sei così intelligente, Brik, come facevi a sapere che non era una foca?”
“Mi capita di pensare, ogni tanto…” Ironizzò.
“Cielo, dovevo proprio trovarmi uno squalo intelligente!” Mormorò con disappunto Remoura.
“Oh, stai zitto!” Disse Brik.
Lo squalo nuotò attorno, più o meno nello stesso punto, per un paio di ore poi si fermò alla vista di un bellissimo campo di erba marina. Era ipnotizzato dal movimento della prateria acquatica e la luce del sole era così iridescente ed allegra. Sorrise con tutte e tre le file di denti, anteriore, centrale e posteriore.
“Ehi!” Disse Remoura. “Ti sei addormentato? Stiamo cercando cibo!”
“Addormentato? Che cos’è?” Chiese lo squalo.
“Lo sai, quando ti fermi a riposare e sogni…”
“Devo chiudere le palpebre per farlo?”
“Palpecosa?” Chiese la remora.
“Si, quelle cose bianche che uso per coprire i miei occhi quando mordo…”
“Non le conosco… Non ce le ho.” Remoura era ancora una remora pivella. Brik era giovane, era il figlio del re degli squali e si trovava da solo, nel mondo sottomarino, per la prima volta…. Tutto da solo. La stessa cosa si poteva dire per Remoura.
Suo padre aveva lavorato sul re degli squali e diceva che era un dovere di famiglia passare da un re all’altro e che era stato così per generazioni, nella loro famiglia di remore. Per questo motivo aveva accettato lavoro. Non che non gli piacesse, ma il corpo del Re era davvero un gran bel posto per crescere e Brik non era nemmeno grande la metà di suo padre. Comodo ma di media grandezza.
“Com’è che non sai dormire, te?” Chiese curiosamente la remora.
“Credo che gli squali non dormano…”
“Ecco perché siete sempre così aggressivi…. I diventerei una bestia se non potessi dormire le mie quattordici ore al giorno!”
“Sembra divertente!”
“Beh, può essere divertente… se fai bei sogni!”
“Forse potresti insegnarmi uno di questi giorni…”
Remoura si sorprese, sulle prime, poi lo allettò l’idea…. di poter comandare a bacchetta un principe. Dopotutto, nessuno gli chiedeva mai la sua opinione e questo giovane squalo era sempre nell’umore di fare della buona conversazione.
“Credi che sia possibile, per me, mangiare alghe?” Chiese all’improvviso Brik.
“Che? L’erba?” Remoura era fuori di sé. “Perché?”
“Me ne fa voglia.” Scrollò le spalle. “Ultimamente il gusto del sangue non mi fa sentire a mio agio.”
“Non mi piace il suono di quella parola…. Qualunque cosa significhi…”
“Significa che sento un sapore strano….”
“Ehi…. Non è che ti sei diventato uno di quelli?” Sbottò la remora.
“Quelli? Quali quelli? Ci sono altri come me?”
Remoura non rispose.
“Remoura?”
“Beh, penso che sia una leggenda… ma mio padre una volta mi disse che… ci sono degli squali che si nutrono di erba… da qualche parte a Nord!”
“Nord!” Gli occhi di Brik scintillarono di felicità.
“Io non ci andrei, se fossi in te… fa un freddo incredibile da quelle parti!”
“Ma devo andare, Remoura, devo trovarli… credevo di essere diverso! Credevo di essere solo!” Lo squalo abbassò la testa. “ E quando sei un esemplare unico… la solitudine è assai triste…è come non vivere affatto!”
“Assurdo… ecco un altro umano che si avvicina… prova un assaggino… forse puzzano ma sono teneri…. Là, la carne bianca, è la più leggera!” Il pesce provò a mettere un po’ di buon senso nella zucca dello squalo.
“Remoura, andiamo a Nord!”
La remora si staccò dal suo compagno.
“Ascolta, compare, cosa ti fa pensare che venga con te a congelare il mio ittico sedere in quelle acque?”
“Pensavo fossimo amici.”
“Io sono un parassita. Mi nutro dei tuoi scarti… tu mangi ed io ti pulisco. Tu mi proteggi ed io ti pulisco… questo è l’accordo…” Gli spiegò. “Non ce la farai mai!”
Brik sospirò.
“La vita appartiene a coloro i quali credono nella bellezza dei proprio sogni… credo che andrò ora… mi accomiato!” Lo squalo partì, in silenzio, seguendo il suo istinto. Sembrava sicuro che l’intero universo stesse cospirando per aiutarlo a cercare la sua strada… a modo suo. Addentò le alghe…. Masticò il boccone e lo trovò saporito. Pianse di gioia e non si voltò indietro.
La vita è strana, trasforma i peggiori carnivori in vegetariani in un battito di ciglia.
Remoura nuotò in cerchio per un po’. Osservò le alghe. Guardò l’umano che nuotava sulla superficie dell’Oceano. Poi vide il suo amico allontanarsi sempre di più. Non sembrava un principe in quel momento. Sembrava tutto fuorché un aristocratico. Forse era solo pazzo.
All’improvviso notò un enorme squalo nuotare nelle acque soprastanti e gli andò incontro, col suo viscido sorriso da pesce.
“Buondì!” Esordì come presentazione. “Il mio nome è Remoura.”
“Io sono Jade.” Disse lo squalo. “Dimmi… sei per caso disoccupato al momento?”
“Ho appena perso il mio squalo.”
“Uhm, terribile incidente…. Un pescatore?”
“No, alghe.”
L’altro non comprese.
“Jade…. Come ti senti riguardo al sapore del sangue? Ti piace?”
“Certo.” Rispose. “Posso sentirne l’odore a dodici miglia di distanza… se non di più!”
“E nuotare con la bocca aperta tutto il tempo, in cerca di vittime…”
“E’ quello che faccio!” Rispose lo squalo vanesio.
“E gli umani…”
“Puzzano, ma sono saporiti…” disse lui. “Allora, accetti il lavoro?”
“Dormi mai?” Chiese in conclusione il pesce.
“Dormire? Quella stupida attività da pesci? E’ una tale perdita di tempo!” Spalancò gli occhi fino diventare davvero davvero spaventoso. Remoura nuotò all’indietro. Osservò lo squalo e corrugò la fronte. Per quanto un pesce possa corrugare la fronte, s’intende.
“Forse ha ragione lui!” Si disse ad alta voce. “Forse siete voi ad essere tutti pazzi… e lui ha trovato l’unica, vera ragione per vivere!”
“Allora, accetti il lavoro o no?” Chiese nuovamente lo squalo.
“Spiacente…” Sorrise il pesce. “Credo che sarò impegnato per i prossimi quaranta o cinquant’anni…”
L’altro non comprese, nuovamente.
“A che fare?”
“Ad insegnare ad un amico come si sogna nel sonno… e ad imparare da lui a sognare con gli occhi aperti!”
“Sei un pesce… i tuoi occhi sono sempre aperti!”
“Di sicuro lo sono ora.” Nuotò via.
Lo squalo pensò che quella fosse la remora più strana che avesse mai incontrato. Lo vide scomparire oltre le alghe, lasciando bolle sgangherate dietro di sé.

La vita è strana, alle volte, trasforma il più viscido dei parassiti nel migliore degli amici… in un battito di ciglia.



BRICK AND REMOURA

I don’t want to be like them!” sighed Brick. “I don’t want be part of the flock, swimming around with my mouth open… looking for my prey all day long!”

“Brick… you are a shark!” Answered Remoura, the little shark sucker.

They sat at the bottom of the Ocean, together, speechless. Both lost in the quiet of the water, till a sound traveled four time faster to tell their ears that something was moving closer and closer. Splash after splash, the shark and his sucker could hear a victim, approaching. They looked up, at the surface, and spotted a seal.

“Yummie, dinner is served!” smiled Remoura. “I loooove seal!”

“It’s not a seal…” sighed Brick. “It’s a human.”

“Those are good…”

“Gross… sharks don’t eat humans!”

“But they bite them….”

“Yak, then run away because of the smell!” the shark shook his head. “I’m not that hungry.”

Remoura thought about it: humans were pretty bad smelling creatures. To bite them and then to inhale their stinking odor would have left any shark without appetite for days. He didn’t want his shark to starve for days… he lived on the fact that he fed and needed to be cleaned.

“You are so smart, Brick, how did you know it wasn’t a seal?”

“I happen to think…”

“Gosh, I had to hang out with a smart shark!” blubbered, disappointed, Remoura.

“Oh, shut up, you are such an egg!” said Brick.

The shark swam around, more or less in the same spot, for a couple of hours then stopped at the sight of a beautiful sea grass field. He was hypnotized by the movement of the marine prairie and the light of the sun was so iridescent and happy looking. He smiled with all his teeth, front, middle and bottom lane.

“Hey!” said Remoura. “Did you fall asleep? We are looking for food!”

“Asleep? What’s that?” asked the shark.

“You know when you stop and rest and dream…”

“Do I have to close my eyelids?”

“What eyelids?” frowned the sucker.

“You know the white things I use to cover my eyes with, when I bite…”

“I don’t know… I don’t have those…” Remoura was new at his job. Brick was very young, he was the son of the King of the Sharks and was alone, in the submerged world, for the first time… all by himself. So was him, Remoura.

His dad used to work on the King and said it was a family duty to go from a King to another one and it had been like this for generations in their family of shark suckers. So he took the job, not that he didn’t like it, but the King’s body was quite a big place to grow up on and Brick wasn’t even half his size. Cozy but average.

“How comes you don’t know how to sleep?” the sucker was curious.

“I guess sharks don’t sleep…”

“No wonder you are so aggressive… I would be a beast if I couldn’t sleep my fourteen hours at day!”

“It sounds fun!”

“Well it can be fun… if you have pleasant dreams!”

“Maybe you should teach me one day…”

Remoura was surprised at first, then pleased by the idea… of bossing around a prince. After all, nobody ever asked his opinion and this young shark was very much into the mood for a good conversation all the time.

“Do you think I can eat that?” Brick asked all of a sudden.

“What? The grass?” Remoura was astonished. “Why?”

“I feel like eating it.” He shrugged his shoulder. “Lately I’ve been feeling very uncomfortable with the taste of blood.”

“I don’t like the sound of that word… whatever it means.”

“It means it tastes funny!”

“Hey… you didn’t turn to be like one of those others… did you?” burst out the sucker.

“Others? What others? There’s others like me?”

Remoura didn’t answer.

“Remoura?”

“Well… I think it’s a legend… but my father said… that… there’s a whole bunch of grass eating sharks… and they live up North!”

“North!” Brick’s eyes shone of happiness.

“I wouldn’t go there, if I were you… it’s freezing cold up there!”

“But I must go, Remoura, I must go and find them… I thought I was the only one! I thought I was alone…” the shark lowered his head. “When you are one of a kind… it’s black loneliness and loneliness it’s like… not living at all.”

“Nonsense… Here’s another human… give it a shot… they might stinks but they are tender… there, white meat is the lightest!” the fish tried to put some sense back into his shark’s head.

“Remoura, we are going North!”

The shark sucker detached himself from his companion.

“Listen, pal, what makes you think I’m coming with you to freeze my fishy ass up there?"

“I thought we were friends!”

“I’m a parasite. I feed myself with your leftovers… you eat, I clean you. You protect me, I clean you… that’s the deal… you’ll never make it!”

Brick sighed.

“Life belongs to those who believe in the beauty of their dreams… I shall go now… fare you well!” the shark left, in silence, following his instinct. He seemed to be sure that the whole universe would conspire to help him find his own way… in his own way. He bit the sea grass… chewed it and found it tasty. He cried for joy and didn’t turn back.

Life is funny, it turns the worst carnivore into a vegetarian in no time.

Remoura circled around for a while. He stared at the grass. He stared at the human swimming on the surface of the Ocean. Then he saw his friend getting farther and farther. He didn’t look like no prince, in that very moment. He didn’t look anything like a royalty. He just looked crazy.

All of a sudden he saw a big shark swimming over his head and smiled, his little fishy smile.

“Hello!” he said introducing himself. “My name is Remoura.”

“My name is Jade.” Said the other shark. “Say… are you unemployed at the moment?”

“I just happened to loose my shark.”

“Despicable accident… a fisherman?”

“No, sea grass…”

The other one didn’t understand.

“Jade… how do you feel about the taste of blood? Do you like it?”

“Sure.” He replied. “I can smell it from twelve miles away... if not more.”

“How about swimming with the mouth opened all the time, chasing your preys…”

“That’s what I do!” answered the vain shark.

“What about humans…”

“Stinky but tasty…” replied the other one. “Are you gonna take the job?”

“Do you sleep?” asked in the end the fish.

“Sleep? That stupid fishes’ activity? It’s such a waste of time!” he opened wide his eyes and looked very very scary. Remoura swimmed backward. Looked at the shark and frowned.

“Maybe he is right!” he thought out loud. “Maybe you all are insane… and he’s found the only reason to live.”

“Are you taking the job, or what?” asked again the shark.

“Sorry…” smiled the fish. “I’m going to be busy for the next fifty or forty years…”

The other one couldn’t understand, again.

“Doing what?”

“Teaching a friend how to dream in the sleep… and learning from him how to dream with my eyes opened!”

“You are a fish… your eyes are always opened…”

“For sure they are now!” he swam away.

The shark maybe thought that that was the weirdest shark sucker he had ever met. He looked at him disappearing into the sea grass, and leaving distorted bubbles behind him.

Life is strange, sometimes, it turns the fishiest parasite into the best of friends… in no time.



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Wednesday, February 13, 2008

Papà a casa per Natale.

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Papà a casa per Natale.

Era quel periodo dell'anno, di nuovo.
Quel periodo in cui tutti dovrebbero essere generosi e felici e appendono decorazioni nelle loro case per dimostrarlo. Come se il resto dell'anno non potessero farlo! Era stagione di feste, le più felici di tutte.
Morsel le odiava. Aveva 25 anni e le odiava.
Non decorava la casa col grano e con l'agrifoglio, non poteva interessarla meno: non aveva mai amato le feste, non le erano mai andate per il vesto giusto!
Quella notta sarebbe stata una notte come tutte le altre... e nemmeno il tempo era dei più allegri. Un tuono scosse il cielo mentre la pioggia battente frustava le finestre piombate.
Morse apparecchiò per cena e accese le candele. Il piatto principale, patate arrosto, il preferito di suo marito.
"Vigilia bagnata!" Disse la sua bimba.
"Già." Non sorrise. La notte di Natale! Una notte come tutte le altre, per lei. L'unica cosa che voleva era che suo marito tornasse a casa presto. Non le piaceva saperlo fuori con quel tempo e soprattutto non per uno stupido Natale!
Ma lui doveva andare a cercare il regalo per la sua bimba, aveva detto. Morsel sapeva che tutto ciò che la bimba in questione davvero necessitava era che papà fosse a casa per Natale.
"Ma dov'è papà?" Liz si fece impaziente.
"Sarà qui a momenti!"
"E se gli è successo qualcosa? E se si è scordato come si torna a casa?"
"Non lo farà!"
"Come fai a saperlo?" Liz iniziò a saltare sulla poltrona.
"Se conosco tuo padre... e lo conosco... non mancherebbe alla cena di stasera nemmeno per tutto l'oro del mondo!" Le sorrise la donna.
"Possiamo mangiare?"
"No!"
"Ma io ho fame!"
"Dillo tre volte che ti passa!"
Liz continuò a saltare a piè pari da poltrona a poltrona.
"Ho fame, ho fame, ho fame!" Si fermò all'improvviso e si voltò ferso Morsel. "Non mi passa!"
"Aspetteremo papà."
"Sei sicura che tornerà a casa stasera?"
Morsel sospirò e quasi perse la pazienza. Quindi gli occhi le caddero sulla mensola del camino dove sedevano le sue tre bambole preferite, fatte a mano, e una di loro doveva somigliare a lei quando aveva cinque anni.
"Liz... adesso ti racconterò una storia!" Sorrise. "Così capirai perché papà sarà a casa in tempo!"
Prese le tre bambole e le mostrò alla bambina.
"Sai come ho ricevuto queste bambole?" Chiese la donna. Liz scosse la testa in segno di diniego. "Siedi qui..." La invitò accanto a lei.
Lei due si accomodarono accanto al fuoco e la donna cominciò il suo racconto.

* * *

Era quel periodo dell'anno, di nuovo.
Tutti erano in procinto di appendere fiori e decorazioni alle finestre, il pane intrecciato, il grano, quelle cose là e anche se era bel tempo, caldo e soleggiato, Natale sarebbe venuto ugualmente e sarebbe stato Natale.
Lo odiavo. Avevo solo cinque anni ma lo odiavo. Perché ogni anno non importa quanto profondamente e sinceramente pregassi Gesù bambino affinché esaudisse il mio desiderio... non importa quanto buon fossi state le due settimane prima di Natale - e due settimane di solito sono abbastanza per imbrogliare Gesù bambino e fargli credere che ero stata buona tutto l'anno, credi a me - ebbene nonostate io chiudessi io miei occhietti e i miei pugni forte forte e mi concentrassi sul mio solo, unico desiderio... papà non sarebbe stato a casa per Natale.
Sarebbe partito per lavoro e si sarebbe dimenticato di me.
La signora Piazza aveva fatto crescere del bel grano bianco in forma di stella e cuoceva, come sempre, un Presepio fatto di pane: aveva fatto San Giuseppe e la Madonna, cotto troppo il bue e definitivamente bruciacchiato l'asinello. Come sempre. Era una tale esibizionista!
La mamma era in giardino e stendeva il bucato al sole: una, due, tre bandana. Tutti neri con piccoli teschietti e spade bianche ricamati a ogni angolo. I bandana di papà. Canticchiava un motivetto allegro così in contrasto col mio umore nero.
"Mamma, perché stai lavando i bandana di papà?" Le chiesi.
"Oh, pensavo che gliene potrebbero servire di più per il suo viaggio!" Mi disse.
"Perché? Parte?"
"Sì, tesoro."
"Di nuovo?" Gridai.
"Oh, tesoro... lo sai che questo è il miglior periodo dell'anno per papà per andare per mare e assaltare navi!" Mi rispose.
"No, no e no!" Mi gettai a terra e presi a strepitare scalciando e tirando pugni, capricciosamente, strappando l'erba e gridando tra i singhiozzi.
Proprio come fai tu quando vuoi qualcosa che non puoi avere.
Questo non avrebbe cambiato la realtà dei fatti, però: papà era un pirata, avrebbe preso i suoi bandana, avrebbe lasciato l'isola di Marzo e sarebbe andato a saccheggiare navi il giorno di Natale.
"Oh mamma mia!" Scosse la testa la mia mamma. "Su, non essere sciocca... vai a fare colazione!"
Quindi tornai in casa, spostai la sedia vicino al tavolo e mi ci arrampicai. Una ciotola di latte mi stava già aspettando accanto a una fetta di pane, una pera e del formaggio. Mi piaceva sbriciolare il pane, buttarlo nel latte e affondarne i pezzi col cucchiaio.
"Là! Nel fondo dell'oceano!" Dicevo e poi mi ritrovavo a pensare che forse il mio papà aveva cominciato a quel modo. Forse da bambino gli piaceva affondare le molliche di pane nella sua ciotola, come facevo io... e poi aveva finito con l'affondare le navi altrui. Il solo pensiero mi fece rabbrividire, spostai la ciotola e lasciai andare la posata.
Ero così persa in questi profondi e complicati pensiri da non accorgermi delle due faccine felice che mi spiavano dalla finestra. Una delle due raggiungeva appena il davanzale mentre l'altra quasi sfiorava lo stipite.
"Morsel... morsel..." Il più alto bussò alla finestra.
Mi voltai e finalmente vidi i fratelli Van Hood, i miei migliorissimi amici.
All'epoca Sean aveva due anni in più a me ma mi superava in altezza solo di qualche centimetro. Aveva capelli biondi, occhi verdi e grandi e somigliava tantissimo a suo padre. Il suo naso sembrava un bottone e il viso era invaso da lentiggini non appena restava un minuto di troppo al sole. Kyle aveva quindici anni. Beh, allora c'erano ancora persone che lo chiamavano col suo vero nome: Kellyngthon Marion Van Hood ma era meglio evitare se volevi restare in vita. Kyle raggiungeva già quasi il metro e ottanta centimetri e sembrava che non volesse fermarsi là. Era bello robusto anche, popolare con le ragazze dell'isola - ma la sua vera fidanzata ero io - e aveva la strana abitudine di non mangiare animali che aveva... conosciuto personalmente. Lo fa ancora, vero? Avevo una tale cotta per lui!
A ogni modo, saltai giù dalla sedia e corsi fuori dai miei amici e corsi a rifugiarmi tra le braccia del principe dei miei sogni. Ci avviammo alla fonte, quella dove le donne vanno a fare il bucato, nella piazzetta dabbasso, e avevo un tale muso lungo che... non si poteva non notarlo.
"Che cos'hai, amore?" Mi chiese Kyle. "Non sembri affatto felice oggi!" Mi mise giù e si sedette sul bordo della fonte per guardarmi più da vicino.
"Papà sta per ripartire!" Risposi. "Odio il Natale!"
"Non lo dire o Gesù Bambino non ti porterà nemmeno un regalo!" Disse Sean con la lispa.
"Non c'è nessun Gesù Bambino! E non c'è nessun Natale!" Risposi allora, battendo un piede a terra.
"Vieni qui..." Kyle mi prese nuovamente in braccio. "Non voglio che parli così... solo perché il tuo papà non sarà a casa per Natale non vuol dire che Gesù Bambino non verrà da te!"
"Non mi importa dei doni! Non voglio niente! Voglio papà a casa per Natale!"
Era davvero tutto ciò che desideravo. Ero stanca di restare seduta, sola, davanti al camino il mattino di Natale ad aprire i regali degli zii, era troppo triste. Per di più continuavano a regalarmi calze!
Proseguimmo il resto della giornata in santa pace, come sempre, andammo a passeggiare sulla spiaggia e poi passammo allo stagno per catturare girini e rane. Kyle cadde perfino in acqua. Nel pomeriggio ci sedemmo sotto un grande ippocastano sulla collina, dove Kyle ci leggeva sempre tante storie. Era davvero gentile da parte sua trascorrere tanto tempo con noi, in effetti non era una cosa che avrebbe dovuto fare, a quell'età, ma adorava suo fratello e penso proprio che si divertisse con noi, la maggior parte del tempo. Ovviamente verso le cinque del pomeriggio ci lasciava: Sean restava a giocare nel cortile di casa mia, con vermi e fango, e lui andava a trovare le sue ragazze. Ne aveva più di qualcuna.
Sean e io lavoravamo a tunnel, laghi, canali. Eravamo capaci di costruire intere Venezie di fango, non che avessimo effettivamente mai visto Venezia, poi finivamo nella tinozza attorno alle sei dove la mamma ci lavava, insieme, ci vestiva per bene ci preparava la cena e poi ci metteva a letto. Era come avere un fratello gemello attorno tutto il tempo. Sean restava a dormire da me molto spesso oppure Kyle passava a prenderlo al suo ritorno a casa e se lo portava a cavalcioni fino al castello dei Van Hood.
"Non capisco..." Dissi loro un giorno. "Non chiedo tanto... dopotutto sono davvero una brava bambina... papà dovrebbe darmi la luna e le stelle per Natale... e invece io non chiedo altro! Voglio solo che stia con me per Natale!"
"Che noia... andrà via comunque e allora piantale!" Si lamentò Sean.
"No tu piantala!"
"No, tu piantala!"
"No, tu!"
"Tu."
Inziammo a litigare.
"Bambini, basta." Gridò Kyle. "Però ha ragione lui, Morsel... non possiamo farci nulla!"
"Nemmen tu?" Gli chiesi. Allora credevo davvero che Kyle potesse fare qualunque cosa.
"Io?" Parve sorpreso. "Oh no, davvero tesoro hai capito male... io... sono un ragazzino, come te... I grandi ancora non mi ascoltano."
"Ma tu sei grande!" Gli dissi.
"Bimba, sono solo alto!" Sospirò.
Anche Sean sembrava deluso, in qualche modo, perché tutti e tre sedevamo sui gradini di casa mia e sembravamo il ritratto della desolazione. Nemmeno Kyle aveva potuto trovare la soluzione al problema, mentre di solito riusciva a trovare soluzioni anche per i casi più tragici: come quando non riuscivo ad arrampicarmi sul ciliegio perché i rami erano troppo alti e si arrampicò lui per me o come quando il dente di Sean aveva iniziato a muoversi e lui era riuscito a cavarglielo.
Beh, di tanto in tanto anche Sean aveva buone idee. Una volta costruì una tenda sotto una grande quercia, fu attaccato dalle vespe e per scacciarle accese un grande fuoco per affumicarle. Certo, quella volte appiccò il fuoco all'albero per errore e fu Kyle a estinguere l'incendio. Già... beh, però le vespe andarono via lo stesso, no?
Poi accadde. Un pomeriggio ritornavamo a casa mia dal pollaio del prete, dove avevamo appena giocato un brutto tiro alle galline - eravamo bambini terribili, a volte - ed ero coperta di piume. Stavo cercando di togliermele dai capelli quando andai a sbattere contro un gruppo di ragazze. Sbucarono fuori da dietro un angolo, iniziarono a ridacchiare verso Kyle, accarezzarono la testa di Sean e mi ignorarono completamente.
"Perché sei sempre appiccicato a questi marmocchi?" Chiese Gina. Oh, quanto la odiavo. Vedi, Kyle avrebbe sorriso quel suo piccolo sorriso, con un angolino della bocca, avrebbe ammiccato, sollevato le sopracciglia e inclinato la testa di lato... il che significava che era interessato a lei.
"Non sempre... sono appiccicato anche a te, a volte." Le ghignò di rimando.
"Vieni a farti un giro con noi?" Chiese un'altra ragazza.
Iniziarono a saltellargli attorno come piccole farfalline svolazzanti. Non so tu ma io le farfalline le discaccio e quindi mi feci avanti e pestai il piede di una delle ragazze. Peraltro non erano ancora le cinque.
"State lontane da lui, tutte quante!" Puntai un dito contro di loro. "Non mi piacete!"
Kyle si indispettì con me.
"Ehi, che maniere, Morsel, non sei tu chi decidi chi sono miei amici!"
"Già, chi sei tu per decidere?" Gina mi spintonò.
Sean venne in mia difesa.
"Non spingerla, stregaccia!"
"Lui è il mio fidanzato!" Dissi io.
"Pensavo che Sean fosse il tuo fidanzato!" Rise l'altra.
"Anche lui!" Annuii.
Li amavo entrambi tantissimo ed ero convinta che avrei potuto sposarli entrambi.
"Non puoi fidanzarti con tutti e due!" Si lamentò Sean. "A che cosa ti serve lui?"
"Su, Morsel, sei ancora troppo giovane per fidanzari... torna a casa con Sean... ne riparleremo tra qualche anno!" Kyle rise con loro. Ero davvero delusa. "Se sarai dello stesso avviso..."
Fu allora che pestai anche il piede di Kyle e scoppiai in lacrime.
"Sei cattivo! Non ti amo più!" Gridai dandomi alla fuga.
Fu la nostra prima lite. Tornai a casa, drittta a letto, senza cena e la sensazione che sarebbe stato il peggior Natale di tutti i tempi si fece strada in me.

* * *

"E poi cos'è successo?" Liz sembrava molto interessata.
"Non saprei dirlo... o meglio non sapevo dirlo allora... ma lo immagino ora..." Sospirò Morsel.
"Cosa?"
"Beh, rifiutai di vedere i ragazzi dopo il fatto... e non volevo più essere loro amica..."
"Davvero?"
"Già, ma loro non avevano rinunciato a me."
"E cosa fecero?"
"Decisero di farsi perdonare!" Sorrise Morsel. "Quando mi svegliai la mattina di Natale trovati Luna e Stelle di carta appese al soffitto della mia stanza!"
Liz rise.
"Visto?"
"E questo cosa c'entra col fatto che papà non è ancora tornato a casa per Natale?" Mormorò la piccola.
"Quell'anno, tuo padre e tuo zio iniziarono una tradizione... ogni anno, per Natale, cercarono di darmi la cosa che avrei potuto desiderare di più, eccetto avere mio padre con me!"
"Tipo cosa?"
"Una volta costruirono un baldacchino per il mio letto. Un'altra volta prepararono una grande cena da mangiare tutti insieme... poi... ci fu un anno in particolare..."

* * *

Il Signor Van Hood aveva deciso che Kyle sarebbe stato medico e Sean un notaio. Quando Kyle compì vent'anni fu costretto a lasciare l'isola per andare a studiare a Londra- e Sean doveva seguirlo al compimento del suo quindicesimo compleanno. Le sue fidanzate erano molto tristi ma io ero quella più distrutta dall'idea di non poterlo vedere per tanto tempo. Poi, nel giro di tre anni, anche Sean sarebbe andato via e io sarei rimasta tutta sola come non lo ero mai stata prima d'allora.
Eravamo molto vicini, noi tre, specialmente dopo l'incidente mio e di Sean. Vedi, io e Sean ce n'eravamo venuti con la felice idea di saltare giù dalla cascata dello stagno con la barca. Certo, è una cascata molto piccola, nemmeno quattro metri, ma per noi era pur sempre una grande avventura. La barca però perse il controllo, era pesante, perdemmo i remi e fummo capovolti toccando un sasso e, in quel modo, ci dirigevamo verso la cascata. Prima che potessimo cadere sui sassi Kyle ci prese al volo e andò giù al posto nostro. Si ruppe un'anca... ed ecco perché zoppica un pochino anche adesso. Il senso di colpa che io e Sean provammo per aver causato un simile incidente cementò la nostra già fortissima amicizia. Stringemmo un patto che non avremmo mai più fatto del male al nostro Kyle perché gli dovevamo davvero molto.
A ogni modo stava per lasciarci. Quanto ci redenva tristi quella notizia!
Ci dirigemmo a passeggio verso la fontana e io come sempre bofonchiavo le solite lamentele.
"Papà sta per ripartire!" Non gridavo più, davvero, mi ero arresa all'idea che non sarebbe stato a casa per Natale.
"Qual è dunque il tuo desiderio per quest'anno?" Chiese Sean.
"Vorrei tanto restare per sempre insieme noi tre." Risposi, tristemente.
"Lo sai che non è possibile." Sospirò Kyle. "Questa è un'altra di quelle cose sulle quali io non ho controllo..."
"Lo so..."
"Non è ancora crescito del tutto!" Sean amava stuzzicarlo.
"Posso prometterti una cosa però..." Mi prese in braccio. "Un giorno ti regalerò il Natale perfetto!"
"Eh, la vita non è perfetta!" Disse il fratello m


inore.
"Ma non mi dire..."
"Certo, guarda il mio caso... sono Olandese e sono incastrato su un'Isola affollata da seicento italiani... trecento dei quali sono rumorosissimi pirati. E tutti vogliono o rubarmi qualcosa o vendermi qualcosa... o rivendermi qualcosa che mi hanno precedentemente rubato..."
Non dimenticherò mai come Sean si sentisse poco a suo agio sull'isola. Non riusciva ad adattarsi. Il fatto di avere me e suo fratello rappresentava una grande consolazione.
Quell'anno per Natale trovari ad attendermi sul davanzale della mia finestra tre bambole. Somigliavano a me, Sean e Kyle. I capelli erano fatti di lana e gli occhi con bottoni.
L'idea di base era che, anche se non potevamo stare sempre insieme, ci saremmo comunque sempre stati l'uno per gli altri e viceversa. Quel regalo fu la più bella sorpresa di tutta la mia vita. Sean e Kyle spiarono in casa per vedere se mi fossero piaciute le bambole e li vidi farmi un cenno di saluto con la mano, le dita bendate. Le avevano cucite tutti da soli. Ovviamente era evidente che questi ragazzi non erano tagliati per il cucito!
Corsi ad abbracciarli, felice e commossa, mi biaciarono sulla fronte, i miei migliorissimi amici!
In qualche modo, anche se il mio desiderio non poteva realizzarsi quell'anno, saremmo sempre rimasti insieme.

* * *

"Ho dormito con queste tre bamboline per tanti anni... ecco perché sembrano vecchie e logore!" Concluse Morsel. "Sono il mio tesoro più prezioso..."
"Non dormi più con loro?"
"No, cara, almeno uno di loro è l'originale adesso..." Sorrise tra sé e sé.
All'improvviso la porta dell'androne si aprì e una gallina fece il suo ingresso, starnazzando.
"Un gallo!" Esultò Liz. "Papà si è ricordato!"
"Quello non è un gallo... è una gallina!" Rispose Morsel.
"No, ce l'ho già una gallina... quindi è un gallo!" Liz prese a correre dietro la gallina, allegramente.
In quel momento Sean fece il suo ingresso, si tolse il mantello bagnato e lo poggiò su una sedia.
"Che idea! Darle un'altra gallina... come se non bastasse quella che abbiamo!" Si lamentò la donna.
"Temo che sia quello che ha chiesto per Natale!" Sorriso l'uomo. "A dire il vero penso che avesse chiesto un gallo ma visto che la vecchia gallina ha smesso di fare le uova abbiamo pensato di unire l'ultile al dilettevole!"
Liz stava ancora correndo dietro l'animale.
"E suppongo che questa sia un'idea di tuo fratello..." La donna corrucciò la fronte.
Sean sorrise. La porta si aprì nuovamente e qualcun altro entrò nell'androne.
"Kyle? Perché hai preso a Liz un'altra gallina?" Si avviò verso il nuovo arrivato, blaterando e andando a sbattegli quasi contro. L'uomo fece un passo verso la luce, rivelando due piccoli occhietti blue, un naso puntuto e un sorriso embarazzato. Ma lo sguardo di Morsel era fermo su un bandana nero, ricamato con piccoli teschietti e spadine bianchi a ogni suo angolo. Kyle spuntò alle sue spalle e lo spinse in avanti, sorriso il suo piccolo sorriso, con un angolo della bocca, sollevò le sopracciglia, ammiccò e piegò la testa di lato.
"Credo di aver trovato il regalo per un perfetto Natale, quest'anno..." Le disse.
Solo allora la donna comprese, guardò suo padre, mise tutti i pezzi insieme: Kyle non aveva mai dimenticato, mai rinunciato.
"Papà..." Si portò le mani alla bocca. "Papà a casa... per Natale!"
La madre di Morsel fece il suo ingresso nella stanza e tutti si riunirono attorno a lei che con occhi colmi di lacrime fissava il padre.
"Buon Natale, amore!" Kyle la abbracciò forte e le baciò la fronte.
Era quel periodo dell'anno, di nuovo, quando le famiglie riunite litigano o celebrano la fortuna di essere nonostante tutto tutti insieme. La cena era pronta. La stanza era decorata. Tutti sembravano felici. Kyle accarezzò la testa della sua bimba, andò a sedersi a capo tavola davanti a un bel piatto di patate arrosto, il suo piatto preferito. Guardò sua moglie negli occhi e seppe: le feste… le amava, aveva 25 anni e le amava!


Papà a casa per Natale

----- FINE -----

Saturday, January 26, 2008

Too much manga can Kill you...
and I thought it would just drive you poor.

Troppi manga possono uccidere.... non solo la saccoccia!

And how we where complaining recently that the market had a huge crisis and all, I think today, thanks to the Italian TG5 (the 8 o'clock news) and some other random British newspaper the sales will go down even more and I will be frowned upon as potential murders since I hold in my hand a copy of Alpen Rose! (shalalalllllaaaa!).
So because a few months ago, one crazy American Girl, one Crazy Italian boy and another crazy don't-know-where-from (since he appear to be African but naturalized Italian) boy... killed a british girl. They were clever enough to clean everything with bleach, hide the weapons and never confess. Our investigation sucks, if you don't find the culprit in one month in Italy you never will - ever again!
Of course since nothing was going on and the newscaster were getting bored they were climbing up the mirrors so they came up with something really cool: see these? these are the cover of the same manga these guys used to read! They all portayed violent actions, rapes and people not very sociable! Mpd Psycho, TriguM (yeah with an M) and urutsudoji and Devilman.

Can you imagine my jaw drop in my plate?

But let us describe the story, in one of the Akira Fudo is a weak high school student who sees a friend of his being raped and does nothing.
Excuse me, I thought Devilman was about that cool guy, Akira Fudo, who decides to merge with a demon in order to save the world - kinda like that...- I also believed all the bad stuff are done by people during a war and I think is a social type of critique: men can be worse than demons when they are scared.

I never thought manga were done to give you ideas, then what about all the terrorists movies, the horro movies, the soap operas and books like fight club? Does the fault happens to be on the writer who tries to make a point or on the reader who does not get it?

Take me for example: I consider Devilman a masterpiece. Do I go around killing people? How comes I turned out vegetarina, organ donor, and subscribed with wwf and greenpeace? Did the manga tell me to do it?

Should I go around killing because of what I read? Shoulnd't I be going around being upset because they do this instead!!!

Transforming Hataraki Man (Working Man) into... Tokyo style... that sounds like a cooking book. Turning the image on the cover into nonesense since they removed informations from it.
And what do they do? Instead of showing what the comic is about
they tell me.

what about: Show, don't tell?
Wasn't that the basic of storytelling and advertizing?

What about all those tangents, the spotty feel of if, and that cropping?

The joke's on us: this thing will cost 9 euros and they said that the author gave approval and chose the name... how did they get to the author and how comes she does not mention this on her blog?


If people think that content can bring a man to kill... they have never dealt with some Italian Publishers!

La TV non fa male
ti dà l'informazioni
ma pure al criminale
sa dare ispirazioni.

Me dici che leggendo
un manga io mi trasformo
in un pazzo tremendo
e uccido e i piani sforno

per donne massacrare
come da manga letto
le posso anche stuprare
e dò la colpa a Tetto.

però la candeggina
per ripulire il fatto
non era un'ideina
del manga che di fatto

fa le carneficine
combatte a tutto spiano
non è sagace e fine
ma critica l'umano.

Se CSI ti guardi
invece ti istruisce
che quando fai sti sgarbi
poi dopo si pulisce.

se beautiful tu vedi
allora cosa fai?
trombi la zia e cedi
la moglie al suo viavai?
La figlia e la cognata
la zia e la nonna cambi,
io che non sono ingrata
non vuoi che ti domandi
a chi so figlia io
se per ispirazione
come ridge mio
tu cogli l'occasione?

parliamone su dai
ma proprio seriamente
se tu uno scoop mi fai
lo pensi veramente?
Davvero hai letto il tutto
e poi non hai capito
che in tutto quel trambusto
là si puntava il dito?

puoi dirmi quanto vuoi
che l'uomo fa cagare
ma scelgo go nagai
perché lui sa accusare.

dice: tra uomo e demone
qual è il più marcio dentro?
La bestia nata tale
o quella diventata?
tu che ti fai ste remore
e non sai fare centro
fai il giudice morale
ma dici una boiata.

Signori la purezza e già un punto di vista
se mangi carne o magni monnezza, per me sei sulla lista.
Anch'io li leggo i manga e son vegetariana,
son donatrice d'organi, sono pulita e sana.

Se uno nasce male
il male poi vuol fare
può leggere il giornale
o quello che gli pare.

Non è quello che fai
che fa l'educazione
è quello che tu sei
che è la tua inclinazione.

e tu che tanto affanni
la critica sociale
dimmi fai meno danni?
sei uomo o caporale?

Chi è senza lo peccato
scagli lo primo sasso.
ma a chi hai discriminato
ha proprio rotto il...tasso (di sopportazione)